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	<title>Alvise Brugnaro Archivi - La Citt&agrave; Magazine</title>
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	<description>Una Citt&#224; Per Cambiare</description>
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		<title>Il vecchio e il mare: adattamento per il XXI secolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 16:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[ArgoNautica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che bello il mare, visto da quassù. In questa stagione, poi, mi piace particolarmente D’inverno, tra una giornata di pioggia e l’altra, l’aria trasporta un profumo inebriante, che mi entra dentro e mi fa viaggiare, alla velocità della luce, in mille luoghi e in mille tempi diversi dal qui e ora. Sono passati poco più [&#8230;]</p>
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<p><b>Che bello il mare, visto da quassù. In questa stagione, poi, mi piace particolarmente</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">D’inverno, tra una giornata di pioggia e l’altra, l’aria trasporta un profumo inebriante, che mi entra dentro e mi fa viaggiare, alla velocità della luce, in mille luoghi e in mille tempi diversi dal qui e ora. Sono passati poco più di 20 giorni dal mio ottantesimo compleanno. Un traguardo importante, gioioso e amaro insieme, come gioiosa e amara insieme solo la vita sa essere. Qualche “vecchio amico” e qualche nuovo compagno di viaggio per un brindisi al tempo che passa (ma che ancora non ci ha portato via con sé), l’amore della mia vita ancora accanto a me e l’affetto dei miei figli lontani, trasportato fino a qui attraverso le ormai onnipresenti videochiamate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quindici anni fa non mi sarei mai immaginato a gennaio, a mezze maniche, bermuda e ciabatte, seduto su una sdraio a guardare l’oceano, nel silenzio assordante di una piccola isola spagnola (e spagnola si fa per dire visto che siamo a meno di 100 km dalle coste del continente africano). Il nostro </span><i><span style="font-weight: 400;">buen retiro </span></i><span style="font-weight: 400;">non poteva che essere spagnolo, per definizione e appartenenza linguistica. Una scelta, certo, in mezzo a tante altre scelte. Non tutte possibili, però, e non tutte sullo stesso piano. Del resto, il nostro Bel Paese si è dimostrato sempre meno accogliente e soprattutto sempre meno “grato” verso chi ha lavorato una vita intera anche per far girare l’economia del Paese, non solo per sfamare la propria famiglia. E pur lavorando in due, a fine corsa, le nostre pensioni si sono ben presto dimostrate insufficienti a far fronte ai residui impegni economici ulteriori all’ordinaria amministrazione (e agli ordinari bisogni) di una coppia di anziani, forse colpevoli di essere ancora troppo vivi e troppo giovani dentro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da ragazzo, e nel corso della mia vita, ho viaggiato poco per mare. E quelle poche volte, ho sempre visto il viaggio come un percorso ad anello, un circuito che mi avrebbe riportato, comunque, a casa. Invece, il mare l’ho dovuto attraversare per raggiungere una nuova, e credo ormai definitiva, meta. Non abbiamo ancora deciso, io e mia moglie, se rimarremo qui “per sempre” o se vorremo trovare la pace eterna nella nostra terra, in un ultimo freddo abbraccio, vicini ai nostri cari di sempre, vivi o morti che siano. Intanto, adesso, ci godiamo questo inverno primaverile, con la temperatura che, nel primo pomeriggio, supera perfino i 24 gradi. Sembra una sciocchezza ma ha il suo “valore” anche poter vivere senza cambi di stagione e con un solo armadio a 4 ante per tutte le esigenze di 2 persone. Niente copertone né piumoni, senza scarponi e stivali, nessuna giacca che non sia impermeabile e leggera per non bagnarsi, fuori, senza fare la sauna, all’interno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi però, mentre guardo l’oceano, vedendo solo acqua a perdita d’occhio, pensando che oltre tutta quell’acqua c’è pure un altro mare che dovrei attraversare per arrivare “a casa mia”, mi assale un po’ di nostalgia. Un senso di tristezza che non trova giustificazione in qualcosa di specifico e di sensato ma che, irrazionalmente, vuole a tutti costi monopolizzare il mio cuore. Provo ad ascoltarlo meglio. Forse riesco a comprenderlo meglio. Forse non è nostalgia ma è un flebile reflusso di rabbia. Forse, se avessi davvero potuto scegliere senza ledere la mia dignità, in fondo, non sarei qua. Forse, avrei cercato un “rifugio” e non un </span><i><span style="font-weight: 400;">buen retiro</span></i><span style="font-weight: 400;">, un ricovero per i miei anni d’argento ugualmente accanto al mare. Ma sarebbe stato il mio mare. E adesso lo starei guardando in burrasca, con un giaccone pesante addosso, immaginandomi già al calduccio, più tardi, accanto a mia moglie, sotto un caldissimo piumone. E mi sorprenderei a sorridere da solo, senza apparente motivo, grato e felice.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9366" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9368" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/02/il-vecchio-e-il-mare-tsg-2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>C’era una volta… la fiducia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2023 16:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[Scacciapensieri o cattura Sogni?]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">Fiducia. Ogni giorno, che sia per strada, al lavoro, in tv o dalle pagine di un giornale, c’è gente che mi chiede fiducia. Mi chiede di fidarmi di quello che dice, dei consigli che mi dà, delle storie che mi racconta, tanto più se sono disgrazie, per lenire o risolvere le quali ha bisogno dei miei soldi. E ovviamente, dei soldi di chi arriverà appena dopo di me. E di un altro e magari di un altro ancora. Persone che la mia fiducia neanche più la chiedono, e magari gentilmente, ma che addirittura la pretendono. Più sono titolate, altolocate, plurilaureate e posizionate ben in alto nell’organigramma economico, sociale e politico di riferimento, più considerano la fiducia un benefit della loro posizione, tanto da volerla imporre agli altri come un dovuto atteggiamento di fede. Credere per credere, insomma, senza più né l’onere della prova (o della verifica) né lo sforzo di una dimostrazione, un sia pur piccolo cenno di come quella fiducia pretesa possa essere meritata.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La fiducia una volta era un premio, una conquista che inorgogliva e, al contempo, responsabilizzava su ogni futuro comportamento volto a mettere in discussione quella stessa fiducia. La fiducia, concessa, andava confermata, rinforzata, cementata. Poteva diventare reciproca e, perfino, quando era strabordante, essere trasferita ad altra persona fidata. Una fiducia data a credito, garantita per interposizione, perché, allora, la rete delle relazioni umane era intrisa di fiducia e su questa si reggeva.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certo, di malintenzionati ce ne sono sempre stati, almeno nella stessa quantità dei bonaccioni pronti a fidarsi un po’ troppo in fretta di chiunque sapesse cogliere questa loro cieca bontà, pronti a trarne profitto o vantaggio, senza grossi scrupoli e senza ritegno. La sensazione è che, col passare del tempo, la legittima diffidenza verso il nuovo, verso gli sconosciuti e le loro richieste, tesa però a valorizzare con la fiducia la serietà e le buone intenzioni dimostrate, abbia fatto spazio a due atteggiamenti opposti: da una parte, c’è chi ha chiuso con l’umanità, sia intesa come il resto degli esseri umani, sia riferita alla propria “dote” di sensibilità umana; dall’altra, ci sono tantissime persone che desiderano, necessitano, addirittura bramano di fidarsi di qualcun altro, a tutti i costi. Questa divisione in due della popolazione è particolarmente evidente nel rapporto con coloro che ci rappresentano e che, secondo un mandato preciso, dovrebbero guidarci. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I politici, donne o uomini che siano, sono la cartina al tornasole di questo rapporto delle persone con la fiducia. Che si considerino individualmente o globalmente, a livello di “categoria”, rappresentano un paradosso in termini. Rappresentanti di un mandato elettorale, che contiene il massimo potere che ogni persona possiede nel nostro ordinamento (la sovranità), dovrebbero fondare tutto sulla fiducia e sul mantenimento di questa per tutta la durata dell’incarico e, possibilmente, anche oltre. Essere rappresentante e ricevere mandato, hanno come prerogativa irrinunciabile la piena fiducia, senza nessuna possibile sfumatura. Così, invece, non accade. Troppo spesso la fiducia viene dilapidata da questi personaggi, singolarmente o in gruppo (i cosiddetti “partiti”) e la cosa sconvolgente è che la maggior parte delle volte questo non cambia la situazione. Anzi, l’indifferenza al destino di quella fiducia concessa, da parte di chi l’ha ottenuta e che, con essa, ha avuto anche potere e posizione, svilisce a tal punto il suo valore che, la fiducia, smette di essere anche la “misura” del rapporto stesso tra cittadino e rappresentante.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco perché, probabilmente, dal piccolo comune alle massime istituzioni europee, tanto per rimanere solo nel nostro continente, abbiamo una classe politica che, per quanti scandali, corruzioni, imbrogli e porcherie varie debba affrontare, non può essere più, nel complesso, scalfita. L’essenza della rappresentanza è, difatto, diventata la corrispondenza tra i difetti (umani) dei rappresentanti e quelli dei mandanti. Coloro che governano non possono essere migliori di quelli che rappresentano. E con questa potente affermazione, si prova a giustificare tutto. Così, se ogni tanto qualche “agnello sacrificale” viene lasciato alla folla inferocita, o se si “concede” una parvenza di alternanza tra una parte e l’altra (della stessa moneta), è solo per tenere accesa la fiammella pilota della fiducia che, per natura, ha bisogno di continuare a bruciare dentro ciascuno di noi.  </span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-8901" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-8902" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2023/01/cera-una-volta-la-fiducia-2.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>La Scuola nei ricordi e il valore attuale degli incontri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 15:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni tanto, guardando indietro alle mie scelte e alla lunga strada che ho percorso nella vita, mi viene spontaneo chiedermi se alcune decisioni, più o meno autonome, prese in passato abbiano realmente avuto un ruolo fondamentale per il “me” di ora e abbiano ancora un valore per quel “qui e adesso” di cui forse ciascuno [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Ogni tanto, guardando indietro alle mie scelte e alla lunga strada che ho percorso nella vita, mi viene spontaneo chiedermi se alcune decisioni, più o meno autonome, prese in passato abbiano realmente avuto un ruolo fondamentale per il “me” di ora e abbiano ancora un valore per quel “qui e adesso” di cui forse ciascuno dovrebbe interessarsi più di ogni altra cosa. Che ci si riferisca al campo lavorativo così come all’ambito personale, sicuramente la scuola è uno di quei percorsi, di lunghezza variabile per scelte e possibilità, che viene considerato cruciale nello sviluppo delle potenzialità, della consapevolezza e del sapere di ciascuno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La scuola, per me, è stata prima di tutto un luogo di incontri speciali. In alcuni casi, di “scontri” che si sono rivelati preziosi, anche più di alcuni effimeri legami, soltanto col passare del tempo. Incontri con materie e discipline che hanno forgiato la mia mente, costringendola ad allenarsi giorno dopo giorno al ragionamento, all’analisi dei fatti e delle circostanze, alla ricerca della soluzione, al metodo scientifico propriamente detto, a sbagliare (e a ripartire dall’errore), a fallire (e a rialzarsi con grinta e coraggio), ad andare oltre le apparenze e oltre il significato letterale delle parole e dei gesti e tanto altro ancora. Incontri fortunati con quegli insegnanti ispirati, direi addirittura “vocati” per il difficile mestiere del docente e “votati” ai propri ragazzi attraverso un dialogo vero e profondo, a flusso biunivoco, capace di arricchire ambedue le parti in gioco, in ogni momento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mi sono spesso chiesto, lungo la strada, che senso avesse fare certe cose, studiare certi argomenti e certe materie, dovermi impegnare in esami, verifiche e interrogazioni dei quali, in quel momento, sentivo solo il peso e la fatica. Mi sono anche fatto molte domande sulla modalità che alcuni miei professori, in particolare del liceo scientifico nel quale mi sono formato, avevano di relazionarsi con i propri studenti, chi con accoglienza e gentilezza di modi chi con durezza d’animo e cinismo. Ho fatto quello che tutti i giovani fanno, etichettandoli con parole ed epiteti non sempre lusinghieri, per poi ritrovarmi oggi, alla mia età e dall’altra parte della “barricata”, a interrogarmi su quale tipo di insegnante vorrei essere, credo di essere e sono per i miei giovani allievi. E penso che, forse, tra i tanti modelli di riferimento che la memoria mi riporta, mi piacerebbe essere tra quegli insegnanti che, un giorno, un po’ per caso, in una certa vicissitudine della loro vita, quelle ragazze e quei ragazzi divenuti adulti, si ricorderanno per una frase, un aneddoto, un aforisma, che si adatta perfettamente alla situazione. Magari, per quel pezzetto di coscienza, fatta propria, che in quel momento aiuta, chiarisce, risolve o anche solamente consola.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La scuola del passato, piena di limiti e difetti come ogni istituzione umana, e come sempre di più (e peggio) viene definita anche “qui e adesso”, forse aveva di bello questo: la possibilità di fare più frequentemente degli incontri, fortunati o fortemente voluti, con persone meno artefatte e meno distratte di oggi. Meno impaurite dalla loro quotidianità, meno centrate su se stesse (per quanto lo siano, oggi, quasi più per necessità e spirito di sopravvivenza che per narcisismo o egocentrismo), meno lanciate, insieme a tutti gli altri, su quella gigantesca ruota per criceti che è la vita del ventunesimo secolo. Persone, insegnanti, compagni di classe e di banco, bidelli (che allora non era una parolaccia), genitori propri e degli amici, più fiduciose nel futuro e, per questo, più disponibili a dare un pezzetto di loro stessi agli altri, ai loro compagni di viaggio. E anche a me. E questo scritto è il mio ringraziamento che non ho mai potuto, o saputo, rivolgere a tutti loro.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i></p>
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		<title>Si stava meglio quando si stava peggio, anche in fila alle poste!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 15:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[PrepUtenza]]></category>
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<p><span style="font-weight: 400;">C’erano una volta… i bollettini prestampati, i contanti, le interminabili code agli sportelli con anziani e pensionati in “pole position”, a prendere il posto ore prima dell’apertura dell’ufficio postale che neanche le groupies dei Metallica per essere sotto il palco al concerto. C’erano una volta le bollette “della luce”, del gas e dell’acqua (e pure quelle del telefono!), che, puntuali come la pioggia a Pasquetta, facevano capolino ogni due mesi dalle cassette delle lettere creando quel misto di ansia ed emozione tipico di una sorpresa di compleanno, di quelle, insomma, che ti aspetti e che non sai se sperare che qualcuno te la faccia oppure no.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C’era tutto questo, e molto altro che girava intorno alla gestione delle utenze private, prima che la comodità della “domiciliazione bancaria” togliesse progressivamente a tutti l’incombenza di doversi muovere fisicamente per pagare le proprie bollette e agli anziani e ai pensionati un’occasione per uscire, incontrare persone, fare due chiacchiere (che di solito diventavano almeno “otto”, per via della lunghezza delle code), mantenere la mente allenata a ricordare le scadenze e a tenere sotto controllo “i conti di casa”. Oltre alla comodità logistica, infatti, la logica della domiciliazione, delle R.I.D. e degli automatismi, con i quali le aziende fornitrici di energia (ah… a quei tempi il fornitore era per lo più “pubblico”, e di solito “unico”) hanno iniziato a prendersi in autonomia i soldi degli utenti, aveva in contropartita proprio il guadagno in termini di tempo e di “disimpegno mentale” rispetto a qualcosa che però, così, cominciava a risultare sempre di più ineluttabile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco, l’ineluttabilità delle spese per l’energia è, probabilmente, iniziata così. C’era una volta… la fiducia nelle istituzioni, nello Stato e nelle sue derivazioni. C’erano una volta la S.I.P., l’Enel e le unità locali di gestione degli acquedotti. C’erano le letture quasi sistematiche dei contatori che permettevano di verificare puntualmente i conteggi e gli errori, umani, nel riporto dei dati; c’erano le ricevute da conservare gelosamente affinché nessuno potesse chiederti due volte il saldo della stessa bolletta. C’era attenzione alla dinamica del rapporto tra cliente e fornitore e c’era, forse, più rispetto reciproco, per chi permetteva all’energia di arrivare a tutti, dappertutto, e per chi quell’energia la utilizzava, quindi la pagava, facendo girare l’economia, a partire da quella dei dipendenti delle aziende erogatrici. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi, invece, dopo le privatizzazioni, l’aumento del numero di soggetti (o </span><i><span style="font-weight: 400;">competitors</span></i><span style="font-weight: 400;">) del mercato energetico, la proliferazione sempre più incomprensibile di tariffe e offerte speciali, portabilità di ogni tipo di utenza e automatismi di calcolo (stimati o in telelettura) con conseguente automatismo nel prelievo di denaro dai conti correnti dei cittadini, si assiste ad una sorta di emorragia arteriosa, dove la pressione e la portata delle fuoriuscite aumentano sempre di più, con l’unica e inquietante prospettiva di un dissanguamento completo. C’era una volta la fiducia, si è già detto prima; una fiducia che, però, si respirava in tutto il sistema economico e sociale, accordata a tutti i soggetti coinvolti nelle transazioni materiali, economiche e finanziarie, nonché verso lo Stato in qualità di garante. Quella fiducia accordata dai cittadini che ha permesso a perfetti sconosciuti, con la collaborazione delle banche e il placet dello Stato, di mettere le mani nelle tasche delle persone. Mani avide o, comunque, incapaci di fermarsi almeno fino a quando, in quelle tasche, ci sarà qualcosa da prendere. Una fiducia ormai agli sgoccioli, ugualmente dissanguata. </span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i></p>
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		<title>Non ci resta che mangiare&#8230; Magari!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 May 2022 17:50:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[FoodBall]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mangiare, o meglio mangiare bene, assaporando ogni boccone con gli occhi socchiusi e le labbra increspate in un sorrisetto malizioso di godimento, è uno dei piaceri della vita. Indubbiamente. E quanto più il nostro gusto si è arricchito, nel corso della vita, di sfumature e di esperienze, capaci di ampliare la gamma dei sapori graditi [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Mangiare, o meglio mangiare bene, assaporando ogni boccone con gli occhi socchiusi e le labbra increspate in un sorrisetto malizioso di godimento, è uno dei piaceri della vita. Indubbiamente. E quanto più il nostro gusto si è arricchito, nel corso della vita, di sfumature e di esperienze, capaci di ampliare la gamma dei sapori graditi e apprezzati, tanto più si riesce ad amplificare e prolungare il piacere della degustazione, in una sorta di orgasmo tantrico culinario.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo questo quadro, quale età potrebbe essere la più indicata per arrivare a cotanto piacere se non quella della piena (e anche passata) maturità? Un’equazione quasi matematica, quindi, che come tale si risolve favorevolmente e facilmente, se… ahia… c’è un “se”! Ed è un “se” scontato, vista la metafora prescelta ed ha un nome: l’incognita “x”. Ergo, per “x” diverso da “diabete”, “pressione alta”, “colesterolo”, “intolleranze a tappeto” e affini, l’equazione fila liscio come un treno alta velocità nella tratta Milano – Parigi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Qualcuno potrebbe lamentarsi, e con tutte le ragioni del caso, considerando una vera e propria presa in giro questa situazione per la quale proprio quando avremmo tutti gli strumenti per apprezzare e godere come non mai dei piaceri della buona cucina, la “natura” ci manda le sue “piaghe” e ci mette un freno pure a quest’ultimo baluardo della sensualità corporea. È sempre quindi la solita storia della “natura matrigna” di leopardiana memoria o, piuttosto, ognuno ci mette anche del suo per aggravare il corso degli eventi cellulari e sistemici, meglio noto come “invecchiamento fisico”?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">No, no, tranquilli: adesso non parte nessun pippotto salutista con tanto di “stili di vita sostenibili”, attività motoria come elisir di lunga salute, varie ed eventuali condite da perle di saggezza (vegetali, possibilmente) e un pizzico di yoga meditativo. Che il “troppo stroppia” lo impariamo dalla mamma al primo eccesso che la manda in bestia (solo che, in quell’occasione, ce la mette giù un po’ più facile da capire, tipo “il gioco è bello quando dura poco”). Tanto vale ricordarsene anche quando ci sediamo a tavola. O no? “Chi è senza peccato, scagli la prima… forchettata”! Quante volte l’ingordigia ha preso il sopravvento sul mero piacere e la quantità ha fatto passare in secondo piano la qualità? Quante volte abbiamo avuto “gli occhi più grandi della pancia” (salvo poi far lievitare anche la pancia per essere all’altezza della situazione)?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora, forse, quello che può aiutarci a mantenere nel tempo la possibilità di continuare a godere almeno di questo meraviglioso dono dell’evoluzione risiede proprio nel concetto prima citato di orgasmo tantrico. Il segreto, infatti, di questo tipo di orgasmo risiede nella “continenza sessuale”, vale a dire nella capacità di trattenersi e di arrivare al piacere finale senza disperdere l’energia vitale. Assaporare senza fretta e senza la spasmodica smania di portarsi a casa tutto il “menù completo”, insomma. La parola d’ordine per noi anzianotti, quindi, è una ed una sola: “continenza”. Che però, alla nostra età, è molto più facile a dirsi che a farsi.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i><i><span style="font-weight: 400;"><br />
</span></i></p>
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		<title>Bisogno di cura o di empatia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 10:24:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[Empatia e Utopia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’erano una volta gli ospizi per i vecchi, strutture destinate in origine ad accogliere e a dare ricovero a persone in età avanzata, prive di assistenza familiare e di mezzi di sussistenza. Finire all’ospizio, in questo senso, era una sorta di tragedia, personale e familiare, sia per le condizioni che avevano condotto l’anziano ad essere [&#8230;]</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">C’erano una volta gli ospizi per i vecchi, strutture destinate in origine ad accogliere e a dare ricovero a persone in età avanzata, prive di assistenza familiare e di mezzi di sussistenza. Finire all’ospizio, in questo senso, era una sorta di tragedia, personale e familiare, sia per le condizioni che avevano condotto l’anziano ad essere accolto in queste strutture, sia perché a quei tempi anche il personale e la gestione di questi centri non brillava certo di umanità e professionalità come, più recentemente e salvo rari e clamorosi casi di cronaca, siamo abituati a vedere oggi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come per altre strutture, lavori, mestieri e ruoli, l’ospizio ha prima provato a cambiare nome (casa di riposo o ricovero per anziani), ma da solo, questo, non lo ha reso subito un posto migliore. Un passo alla volta, continuando sempre in parallelo a cambiare denominazione, da residence, a “pensionato”, fino a giungere alle attuali Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), l’accento del servizio si è spostato dal semplice “ospitare”, ad un più ampio accogliere e curare gli anziani, soprattutto quelli non autosufficienti o con bisogni di assistenza medica interdisciplinare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oltre che a formare nuove figure professionali e ad integrarle nelle varie strutture, però, ci si è dovuti confrontare anche con nuovi e crescenti bisogni degli anziani (e delle loro famiglie in difficoltà, soprattutto in termini di tempo disponibile): bisogni di assistenza, compagnia, socialità, tempo libero, turismo… in sostanza e in breve, di voglia di vivere, spesso coperta soltanto da tante rughe ma ancora presente e pulsante. Da un mix di esigenze sempre più variegato e ampio, variabile a seconda delle fasce di età e dello stato di salute ma anche delle esperienze, della cultura, delle disponibilità economiche di questi anziani, hanno preso forma diverse “offerte” in termini di servizi a questi riservati. Sono sorte persino quelle che qualcuno ha definito le “città d’argento”, luoghi capaci di fornire servizi di ogni genere e di accogliere e prendersi cura dei propri “cittadini” in tutto e per tutto, gestiti da imprese sociali fortemente impegnate nel settore </span><i><span style="font-weight: 400;">elder care and assistance</span></i><span style="font-weight: 400;"> con progetti innovativi e coinvolgenti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Insomma, l’evoluzione della gestione degli anziani, dopo la scomparsa (o quasi) del modello familiare che, fino alla metà del ventesimo secolo “internalizzava” la cura dei nonni e dei bisnonni, tenendoli “operativi” all’intero del nucleo con adeguate mansioni a loro volta di cura dei bambini e della casa, ha seguito l’evoluzione lessicale delle parole, dal termine (e dal concetto) “curare” queste persone care, passando poi dal “prendersene cura” (in senso più ampio e meno legato alla sola salute fisica) fino ad arrivare a costruire una dimensione “a misura di anziano” e delle sue esigenze, senza minimalismi o preconcetti limiti, in un vero e proprio spazio ritagliato e cucito addosso sartorialmente a ciascuno di loro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per quest’ultima fase, è richiesta una abbondante dose di una medicina portentosa, capace di guarire ferite, placare animi e inibire sofferenze e dolori: l’empatia. Non solo quella che, professionalmente, potrebbero fornire operatori molto ben preparati, formati e allenati a “mettersi nei panni” dei loro assistiti e di mostrarsi sensibili e comprensivi nei loro confronti. Ci vuole anche, o soprattutto, una empatia esperienziale, quella che arriva non dalla capacità di immedesimarsi basata sull’immaginazione, bensì quella che deriva direttamente dal proprio percorso di vita. Anziani che si prendono cura di altri anziani. Guariti e riabilitati che aiutano, e convivono, si divertono, giocano, chiacchierano, con altri “coscritti” che stanno affrontando un periodo di difficoltà, di malattia o di recupero da quella maledetta “testa del femore” che sembra essere fatta apposta per creare problemi appena giunti ad una certa età. Non si tratta di avere strutture, residence, villaggi o città d’argento con operatori anziani quanto gli ospiti. Si tratta di creare opportunità affinché ci siano infermieri e personale sanitario “professionalmente empatici” che curino gli anziani, operatori e animatori “naturalmente empatici” (e se fossero pure simpatici, non guasterebbe per nulla) che si prendano cura del benessere totale dei loro ospiti e infine, tanti altri anziani “esperienzialmente empatici” con i quali condividere le gioie, poche o tante che la vita potrà ancora riservare, ma comunque in modo pieno e soddisfacente. Sarebbe l’uovo di colombo, pur con tutte le difficoltà che potrebbero manifestarsi concretamente nella realizzazione di un progetto del genere. Varrebbe la pena, però, di pensarci e di provarci perché i momenti di serenità e di gioia, in qualunque caso, sono un toccasana per l’animo umano e risulterebbero utili a sostegno di qualunque terapia. Un elisir, se non di eterna giovinezza, almeno di piacevole vecchiaia.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i></p>
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		<title>Economia circolare e pensioni: l’uovo di colombo! O no?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Apr 2022 16:50:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[Economia Circolare]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Negli ultimi dieci anni, con un’accelerazione notevole dal 2018 in poi, si sono moltiplicate le opportunità di “emigrare” all’estero, in luoghi piacevoli, sicuri e situati a poche ore dalla “Madre Patria”, per i nostri pensionati. In particolare, le sirene del benessere, o quanto meno della “meritata dignità” sulla via del tramonto, hanno cominciato a bisbigliare alle orecchie di quelli che, con le pensioni italiane, in Italia fanno la fame, o poco meglio, tra mille difficoltà e zero concessioni al piacere e al tempo libero. Che si tratti delle Canarie o della Croazia, del Portogallo o dell’isola di Malta e finanche della lontana Thailandia, la questione resta la stessa: il potere di acquisto della pensione che si rafforza in terra straniera, così come la tassazione ridotta ne aumenta, al contempo, l’importo disponibile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello che, finora, ha limitato la portata di una vera e propria (potenziale) migrazione di massa è sicuramente il fattore “determinazione”, vale a dire quella forza d’animo e quella grinta che ognuno deve avere in sé per affrontare un cambiamento, qualunque esso sia, figuriamoci per lasciare luoghi e persone care, entrare in un nuovo habitat, con usi, culture, lingue e regole sociali diverse. Tanti, quindi, dopo aver accarezzato questo sogno, hanno ripreso terra con i piedi e, crucciati e frustrati, si sono rimessi a combattere con le difficoltà della vita conseguenti alle proprie ristrettezze finanziarie. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per fortuna, l’Unione Europea ha finalmente preso sul serio, all’interno delle sue politiche strategiche del Green Deal, la promozione ed il sostegno allo sviluppo di un modello economico di tipo “circolare”. Basta con la visione post-industriale della linearità dell’economia e delle abitudini dei suoi cittadini-consumatori: prendi le materie prime, produci, utilizza e, poi, getta. Stop alla società dei consumi (anzi, di più… sfrenatamente consumistica) capace solo di generare montagne di rifiuti, che poi tanto rifiuti non sono! Nuove parole magiche, che suonano dolci alle orecchie di chi sa cogliere le opportunità al volo, cominciano a riecheggiare nei discorsi delle persone tanto quanto dalle casse di risonanze mediatiche: condivisione, prestito, riutilizzo o riuso, riparazione, ricondizionamento, riciclo. Ma anche car sharing, bike sharing e mono pattini elettrici “pubblici” come se piovesse, fanno parte della logica dell’economia circolare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In barba ai furbacchioni dell’obsolescenza tecnologica programmata e di quelli che “</span><i><span style="font-weight: 400;">a signo’, me sa che fa prima a comprarne una nuova che a ripara’ questa</span></i><span style="font-weight: 400;">”, alle grandi campagne del settore automobilistico, per “passare al nuovo” per essere all’avanguardia e per rispettare di più l’ambiente con i motori elettrici o eco qualcosa “euro 6.5 e oltre” e alle case di moda che con le loro “nuove collezioni” ti costringono a rifarti il guardaroba almeno due volte all’anno, oggi si può cogliere la grande occasione offerta dall’economia circolare per risparmiare, fare e avere di più, consumare e inquinare di meno, il tutto senza passare per un accattone o un taccagno (o anche entrambi). Finalmente, quindi, una buona notizia per i pensionati italiani, che dopo una vita di fatica e di sacrifici e l’idea malsana di lavorare onestamente senza perseguire carriere e percorsi preferenziali che li avrebbero portato a pensioni d’oro con anche solo 4 anni di “duro lavoro”, devono fare i conti con 1.000 euro al mese (quando va bene) e tutte le spese da coprire, prima di potersi permettere qualcosa per se stessi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certo, qualche perplessità e qualche preoccupazione questi “anziani” potrebbero avercele, rivolgendo lo sguardo verso figli e nipoti che, chissà, da questa rivoluzione economica potrebbero ricavarci un pugno di mosche senza nemmeno la prospettiva, già fantascientifica, di ricevere un giorno anche solo una misera pensione. Figli e nipoti immersi in un sistema produttivo e commerciale ancora erede dell’economia lineare e che, nel mondo del riuso, del ricondizionamento e della riparazione, potrebbero fare fatica ad avere, ancora, una posizione e un posto di lavoro, quanto meno remunerativo e duraturo come quello attuale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Forse, il trucco è far entrare in questa logica “circolare” anche le persone, e non solo i beni economici. Anche perché, in fondo, anche la manodopera e il personale, in genere, sono fattori produttivi. Motivo per cui, basterà pensarli come qualcosa da riutilizzare, ricondizionare, riciclare e poi, ma solo per la parte veramente inutile e in eccesso, da scartare ed eliminare. Cari anziani, iniziate a pensare bene come “riciclarvi” in questa nuova ottica, e a mantenervi attivi, validi e funzionanti, affinché possiate essere riutilizzati più a lungo possibile. Sempre che non decidiate, più coraggiosamente ma più saggiamente, di spostarvi sulle spiagge della Giamaica.</span></p>
<p style="text-align: right;"><i><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></i></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3261" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/b-economia-circolare-pensioni.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Di paura, in paura: come avvelenare il quieto tramonto della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 16:40:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza età]]></category>
		<category><![CDATA[Alvise Brugnaro]]></category>
		<category><![CDATA[LaGuerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A volte, guardare al presente con attenzione, aprirsi all’ascolto e all’apprendimento con piena accoglienza dei sensi e dell’intelletto, lottare con i pregiudizi e i pareri preconfezionati da “portatori di interessi” lontani da noi, ci aiuta a ricostruire anche il pensiero consolidato, basato su fatti passati e storici che, all’epoca, avevamo “archiviato” secondo una certa chiave [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">A volte, guardare al presente con attenzione, aprirsi all’ascolto e all’apprendimento con piena accoglienza dei sensi e dell’intelletto, lottare con i pregiudizi e i pareri preconfezionati da “portatori di interessi” lontani da noi, ci aiuta a ricostruire anche il pensiero consolidato, basato su fatti passati e storici che, all’epoca, avevamo “archiviato” secondo una certa chiave di lettura e di comprensione della realtà. Così, nell’odierno quadro storico, tratteggiato fin dalla fine del 2019 dai colori cupi della paura (Covid-19) e riempito, poi, di pennellate di orrore ispirate da parole e concetti in crescendo quali emergenza sanitaria, epidemia e pandemia, l’apocalisse nucleare conseguente allo scoppio di una Terza Guerra Mondiale, “propagandata H24” sempre dai soliti predicatori di sventura, chiude il cerchio del terrore (o del terrorismo?) che sembra caratterizzerà il “tanto auspicato” nuovo ordine mondiale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto, guardando a queste “paure tangibili” che ci vengono propinate in continuazione (che altrimenti non sarebbero così tangibili), capaci di fare leva sul nostro “cervello ancestrale”, non si può fare a meno di guardare al passato e rileggerlo come un periodo che potremmo considerare propedeutico all’epoca contemporanea. Infatti, abbiamo vissuto una sequela di periodi caratterizzati da “spauracchi”, utili a giustificare decisioni politiche, prese di posizione, persino conflitti preventivi ed esportazioni di democrazia “un tanto al chilo” (anche di tritolo, a volte). C’è stato il “pericolo rosso” dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo “spauracchio” del ritorno del fascismo (invocato più di una “Santa Maria” in un rosario, nel corso di 60 anni di Repubblica), la “minaccia” nucleare sfociata nella Guerra Fredda tra USA-URSS, arrivando poi alle armi di distruzione di massa che avrebbe avuto in IRAQ il terribile Saddam Hussein (armi che neanche a “Chi l’ha visto?” sono ancora riusciti a trovare), le “follie” del dittatore Gheddafi e molto molto altro ancora. Ci ha fatto paura perfino il MILLENNIUM BUG, un problema informatico che avrebbe dovuto creare “confusione” tra le date del 1900 e quelle del 2000 con ripercussioni inimmaginabili sulla vita quotidiana di ogni essere vivente del pianeta, ovviamente insieme alla classica fine del mondo prevista in concomitanza con ogni fine millennio, e non solo (tipo, i Maya ai quali non piacevano gli anni tondi e per questo l’avevano spostata al 21/12/2012!).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Insomma, dagli stregoni antidiluviani, ai sacerdoti degli dei dell’antichità, fino ai papi, arcivescovi e affini, capaci di condannare alla dannazione eterna i destinatari delle loro maledizioni, “terrorizzare” il prossimo, per tenerlo per le… tonsille, è sempre stato uno sport diffuso e molto praticato. Da altri uomini avvezzi, e addestrati, a usare ogni mezzo per dominare, assoggettare e asservire i propri simili. È cosa insita nella natura umana, certo. Ma, di giorno in giorno, qualcuno alza la posta portando il livello del terrore verso paure sempre più concrete e aleatorie al tempo stesso, affinché per quanto ci si senta in salute o distanti dall’Ucraina, nessuno si possa sentire immune o al sicuro dalla morte incombente. Nemmeno chi, come noi, l’appuntamento con la morte ce l’ha già, più o meno, fissato a breve (altro che godersi la pensione in serenità!).</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Alvise Brugnaro</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3103" src="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-300x200.jpg 300w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-1024x683.jpg 1024w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-768x512.jpg 768w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-696x464.jpg 696w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-1068x712.jpg 1068w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura-600x400.jpg 600w, https://lacittamagazine.it/wp-content/uploads/2022/04/22_Di-paura-in-paura.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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