Sessismo: ne usciremo mai completamente fuori?

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La discriminazione sessuale fino a qualche anno fa l’ho vissuta in modo abbastanza distaccato: non ho mai visto discriminazioni nei confronti delle donne all’interno della mia bolla. Ciò vi farà forse gridare al negazionismo nei miei confronti: fate pure, ma tant’è. In realtà ero ben convito della sua esistenza, giacché molte donne se ne lamentavano, e non ho mai pensato al riguardo come ad una forma di isteria di massa.

La prima volta che mi sono trovato a contatto con una forma di discriminazione è stato un po’ di anni fa, quando in sede di valutazione annuale avevo proposto un avanzamento per una donna della mia squadra e mi è stato opposto come minus il fatto che fosse donna (“gli impegni familiari non le darebbero l’elasticità necessaria per ricoprire la posizione”): lì per lì sono rimasto un po’ spiazzato, anche perché il tutto avveniva alla presenza di altre donne, che non hanno aperto bocca. Quando ho realizzato ciò che fosse successo, prima di tutto ho puntato i piedi e ho ottenuto che la donna discriminata ottenesse la posizione per cui l’avevo proposta, poi ho parlato a quattr’occhi con la donna presente alla riunione e le ho chiesto perché non era intervenuta (ne aveva l’autorità e l’autorevolezza per farlo): mi ha risposto che in effetti condivideva l’opinione relativa alle difficoltà personali che una donna avrebbe avuto a ricoprire quell’incarico. 

Un episodio simile mi è capitato nello stesso periodo con un’imprenditrice, che elogiava il lavoro fatto da una stagista che lavorava con lei, ma che non l’avrebbe assunta perché si era appena sposata e aveva chiaramente manifestato il desiderio di maternità: in questo caso io ero parte terza, ma ho fatto presente che se veramente credeva in quella persona, l’avrebbe dovuta assumere e poi, eventualmente, trovare il giusto compromesso per le esigenze di entrambe (azienda e impiegata). Purtroppo non è andata così.

Da allora devo dire che credo un po’ di più al tetto di cristallo, ma credo che gli artigiani produttori di questo tetto troppe volte siano le donne stesse. Sono convinto di questo non solo per i due episodi appena raccontati, ma anche perché spesso le donne cercano lavori che permettano loro di ottemperare anche ad altre attività, ma in questo modo sono loro stesse che si tarpano le ali.

Spesso ho sentito donne che desiderano insegnare, così avrebbero più tempo a disposizione per altre faccende, oppure donne che cercano un posto di lavoro nell’apparato statale così, a meno di cataclismi, nessuno le sposterà come sede di lavoro: così però le opportunità di carriera sono più limitate. Questa è secondo me la principale ragione per cui le donne guadagnano meno: se rimangono in basso nella scala gerarchica, evidentemente il loro stipendio sarà inferiore rispetto a chi fa carriera, cioè gli uomini.

Certo, sono ben conscio che i supporti di cui hanno bisogno le famiglie, primi tra tutti asili nido e scuole materne, hanno una copertura del territorio nazionale a macchia di leopardo, ma questi ragionamenti li ho sentiti fare anche da donne single che non prevedevano nel loro progetto di vita la maternità.

Per ciò che riguarda la forma mentis e le discriminazioni al di fuori dell’ambito lavorativo, nella nostra cultura nazionale questo tipo di discriminazioni non le vedo più (e io sono cresciuto in un paese meridionale con 5.000 abitanti): le vere forme di sessismo non legate all’ambito lavorativo sono purtroppo cruda realtà nelle comunità straniere. L’integrazione di queste persone deve obbligatoriamente passare per l’accettazione da parte loro delle nostre regole sociali, altrimenti ci saranno tanti sorrisi, tante strette di mano, scuole frequentate da bambini di varie nazionalità, ma tra le mura domestiche essi continueranno a vivere come a Karaci, a Rabat o a Lagos.

Le donne, col convinto supporto di noi uomini, dovrebbero essere il primo motore per l’eliminazione completa delle discriminazioni di sesso in ambito lavorativo (che sono meno gravi, secondo me, di come le si descrivono), invece quelle in ambito familiare (ripeto, nelle comunità straniere) vanno stigmatizzate da parte di tutti noi, a scuola, al lavoro, alla partita di calcetto, al supermercato, dappertutto.

In altre nazioni ha funzionato: perché da noi non dovrebbe essere lo stesso?

Gerardo Altieri

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