Progresso tecnologico e impoverimento delle relazioni: facce della stessa medaglia

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Un tema di questo genere mi riporta alla mente il colloquio fra un figlio sui quaranta anni ed un padre in là in quanto ad età. Il figlio cerca di persuadere il genitore sulla inutilità di fare la fila presso lo sportello bancario quando tante operazioni che lui si ostina a fare “in presenza”, possono essere sbrigate senza spostarsi da casa. 

Il padre ascolta pazientemente il figlio, si informa su tutti quei dispositivi elettronici che gli consentono una vita più “agevole” ma poi si limita a fargli presente che la “sbrigatività” verso cui il figlio vorrebbe ostinatamente incanalarlo, lo priverebbe di una vita invidiabile sotto il profilo qualitativo, che è quella che si nutre delle relazioni interpresonali.

Infatti gli fa presente che lui non ha alcuna intenzione di interrompere i rapporti con quel tale dipendente di banca che, finita la fila e raggiunto il suo turno, potrà incontrare parlandogli di comuni interessi che casomai esulano dalla sua funzione all’interno dell’istituto di credito, ma che lo restituiscono ad una UMANITA’ di rapporti umani che, altrimenti, finiscono per estinguersi.

Mi porta anche alla mente la famosa scoperta della dinamite, inventata da un certo Alfred Nobel che era giunto a congegnare candelotti di polvere pirica per aprire varchi nelle caverne in vista di accedere alle miniere…ma chi si ricorda di questo quando si sente parlare di dinamite? L’uso che se ne è fatto è stato drammaticamente diverso e il genere umano, da quella scoperta, ha accumulato più esperienze sconvolgenti legate alla morte ed alla distruzione che riferendosi ai giacimenti minerari venuti alla luce.

Ma torniamo alla vita intelligente o dipendente della Smart Life: si tratta di saper distinguere la sfera propositiva e di discernimento dalla sfera esecutiva e procedurale.

Mi fa una certa impressione apprendere che la ingegneria elettronica è riuscita a programmare persino i sentimenti e gli stati d’animo dei robot, mentre le persone che dispongono (o dovrebbero disporre) allo stato naturale della sfera emozionale e quindi hanno la capacità di ridere o di piangere o di essere entusiasti o di essere tristi, vengono incanalati in un tunnel di sequenze predisposte e mirate che tali capacità emotive finiscono per essere spente.

La vita intelligente è una vita che viene accompagnata dal pensiero divergente, quindi flessibile, dunque adattabile alle mutevoli circostanze che ci si pongono di fronte.

La vita dipendente è una vita apparentemente rassicurante, che fruisce di uno scudo protettivo ma che produce una mutilazione che è una esistenza basata su procedure, su impostazioni programmate, sul rispetto di un monitoraggio che rende avulsa la persona da una impostazione originale e creativa.

Dobbiamo interrogarci se la cosiddetta “smart life” non finisca per tradursi in uno spettacolare balzo all’indietro suscettibile di generare una decrescita dei talenti artistici, dalle versatilità poetiche a quelle pittoriche o scultoree alla musica intesa come espressione di una melodia che va a dare concretezza ad una ispirazione dovuta al fascino di uno scenario della natura. 

Il rischio che possiamo correre è una vita che può evolversi in modo anaffettivo ed emotivamente povero. Ma qui certamente vado (mi auguro!) ad innescare un dibattito.

Ernesto Albanello

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