L’amarezza del qualunquismo

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L’ultimo giorno di ferie, mi è capitato un incontro particolare.

Esistono persone illuminate, o semplicemente più evolute, in grado di trasmettere conoscenza anche con lo sguardo, impregnato di sapere e, pace.  Lo senti, e ti senti bene!

Era un pomeriggio ventilato, quando polemizzando sulla politica attuale con i miei vicini di ombrellone, ed usando le tipiche frasi fatte: “sono tutti uguali”, “promettono promettono ma poi…”, ci siamo ritrovati accomunati dall’amarezza; una constatazione che ormai ci rende tutti stereotipati nei soliti cliché. Ma dall’ovvio, siamo, poi, giunti a parlare di massoneria, quella che secondo il mio vicino e sua moglie manipola il mondo, quella che manovra le nostre vite mentre crediamo di scegliere. Ed è in quel momento che, dal nulla, sulla lunga passerella bianca è apparso un signore vestito di bianco, dal portamento sicuro nonostante l’età probabilmente avanzata che, fermandosi dinnanzi a noi, attirato dalle nostre chiacchiere, ci ha sussurrato che sarebbe stato utile seguire il detto cinese di cavalcare la tigre, fino a raggiungere il punto zero, la dissoluzione dunque, e poi ripartire. In mano aveva un libro sgualcito dall’uso, tipo un breviario, lo aprì, si soffermò qualche istante per cercare la pagina giusta per quel nostro momento e lesse:

<<Quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti. L’essenziale è di non lasciarsi impressionare dall’onnipotenza e dal trionfo apparente delle forze dell’opaca. […]  Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine, ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi in un tempo futuro. Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar libero corso alle forze e ai processi dell’epoca, mantenendosi però saldi e pronti ad intervenire quando la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca, sarà stanca di correre.>> Chiuse il libro, e mostrando la copertina, disse al nostro trio che non dovevamo rassegnarci, bensì uscire da quel tunnel  inconcludente dei soliti e avvilenti cliché; rispolverare il filosofo “proibito”, aggiunse, ci sarebbe stato d’aiuto, poi, come apparse, scomparve, dileguandosi verso il mare.

Il libro, pubblicato nel 1961 e scritto circa dieci anni prima da Julius Evola, nacque come risposta al suo pensiero, che nulla più si poteva fare per sollecitare una trasformazione rilevante in ambito politico e sociale, se non applicare il principio dell’apolitìa che Thomas Mann definì <<impolitica>>.

‘Cavalcare la tigre’ fù considerato un libro pericoloso (l’aura che lo circonda è senz’altro pesante), ma per alcuni pensatori tra cui Marcello Veneziani, <<diventò un nobile alibi per scelte anarco-individualiste, per esperienze trasgressive e alienanti e per la fuga dalla politica.>>

Quella sera mi chiesi chi fosse quell’uomo, se non un fantasma mandatoci dallo stesso Evola, lui ci credeva!

Alessandra De Angelis

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