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Il decalogo del politico perfetto

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Nell’era di internet e, soprattutto, dei social networks, l’immagine ha conquistato definitivamente la centralità dell’attenzione pubblica. E se questo vale per i “pinco pallino” qualsiasi, figuriamoci quanto possa essere importante “apparire” (e “in un certo modo”) per i cosiddetti “personaggi pubblici”, coloro cioè che vivono sotto i riflettori, che sono amati (o odiati) da milioni di persone e che, per una ragione o per un’altra, fanno da riferimento per i propri followers. Lo stile, che si riferisca all’abbigliamento, alla comunicazione o al modo di interpretare il ruolo pubblico, è considerato un elemento connotante del personaggio stesso, imprescindibile per impostare un’efficace campagna (perpetua) di personal branding (una sorta di auto promozione attenta e sistematica, ma detta con termini molto più “fighi”).

Non fanno eccezione, nel quadro dei vip, i rappresentanti del popolo, alias i politici, siano essi di primo piano, siano pure i perfetti “signor nessuno”, inseriti nelle liste bloccate dei partiti ed eletti nelle quote del proporzionale. Anzi, proprio il cambiamento epocale nel mondo della comunicazione, dovuto al web, alle tecnologie digitali sempre più accessibili e dai suddetti social media, ha sì aumentato la visibilità e modificato le scelte di comunicazione di segretari di partito quanto di presidenti, ministri e capigruppo del parlamento, ma ha anche ampliato le possibilità per tutti gli altri deputati e senatori della Repubblica, di costruire (anche con le sole risorse e capacità personali) un proprio approccio al pubblico degli elettori e di mantenere ed alimentare il dialogo diretto con loro attraverso un’interazione costante e quotidiana.

Ciò non di meno, l’eccesso di “personalizzazioni” nell’ambito degli stili prescelti da circa 950 persone che frequentano (più o meno abitualmente) il nostro Parlamento, nonché dagli altri politici di ogni livello, colore e bandiera, ha attirato qualche “critica” da parte degli addetti ai lavori. Esperti e stilisti di moda, direttori di giornali di costume e redattori di rubriche scandalistiche, ciascuno ha ribadito la necessità di uno “stile” idoneo al contesto istituzionale, dal dress code in poi, sia pure con sfumature diverse e con differenti concessioni al look, rispetto ai grandi classici dell’abbigliamento, o al galateo, per quanto riguarda il bon ton. Qualcuno ha persino invocato la definizione di regole puntuali per l’accesso, ad esempio, al Parlamento, provando a impostare un vero e proprio “decalogo del perfetto onorevole”. Sempre e solo riferendosi all’esteriorità, all’immagine, a ciò che è visibile, forma, involucro. E i valori? I principi? L’etica e la morale? C’è spazio per anche qualche “fondamentale interiore” tra i connotati desiderabili (o imprescindibili) di un rappresentante del popolo impegnato, teoricamente, a fare il bene della “cosa pubblica”? 

E pensare che una volta, alle origini della nostra Repubblica, il dibattito era sì già vivo e acceso sulla questione, ma con considerazioni un po’ più elevate. Scriveva, infatti, Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano e antesignano dei movimenti politici centristi cristiani e cattolici che seguirono, parlando della politica e dei politici, “c’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furberia. È anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata all’amore per il prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”. Parole che sono come “macigni”, se le accogliamo nella loro pienezza e le rapportiamo al nostro personale vissuto della politica, anche solo da semplici cittadini avvezzi all’attenta osservazione. E sempre Don Luigi Sturzo ci regala un’altra pioggia di sassi sulle nostre teste rassegnate e, in qualche modo, complici di un sistema sempre più entropico, attraverso il suo “decalogo del buon politico”:

  1. Essere sincero e onesto, promettere poco e realizzare molto.
    2. Se ami troppo il denaro, non fare politica.
    3. Non andare contro la legge per un presunto vantaggio politico.
    4. Non circondarti di adulatori: fanno male all’anima ed eccitano la vanità.
    5. Se pensi di essere indispensabile, farai molti errori.
    6. Spesso il no è più utile del sì.
    7. Occorre avere pazienza e non disperare mai.
    8. I tuoi collaboratori al governo siano degli amici, mai dei favoriti.
    9. Ascolta le donne che fanno politica, sono più concrete degli uomini.
    10. È una buona abitudine fare ogni sera l’esame di coscienza.

La coscienza… che brutta bestia! Forse, almeno quest’ultimo punto, Don Luigi Sturzo avrebbe potuto proprio risparmiarselo.

Nemo