Home Canali Visioni revisioni & previsioni Food Ball: giocare col cibo può essere pericoloso

Food Ball: giocare col cibo può essere pericoloso

0
167

Quando ho letto il titolo del tema guida del magazine n.4, ho subito chiuso gli occhi in attesa d’ispirazione, così come faccio di solito. E ho avuto un sussulto quando, come un cerbero rabbioso, mi si sono presentate prepotentemente tre immagini, sovrapposte, anzi intrecciate, capaci di esprimere ciascuna un’interpretazione differente del tema, ma tutte insieme di tratteggiarlo in modo più completo e pieno. Con un latrato ficcante, mi è arrivato il primo spunto: l’assonanza, di certo voluta, tra food ball e football, lo sport nazionale del nostro Paese ma altrettanto popolare e praticato in ogni angolo della Terra. L’idea di qualcosa di onnipresente, di quotidiano, di “appetitoso”, capace di stimolare, entusiasmare, creare desiderio e saziare, ma anche di produrre sofferenza, esclusione, perdita, sconfitta, era troppo palese per poter rinunciare ad un parallelo tra questi due “paronimi”. Ciò nonostante, proprio nell’immediatezza dell’accostamento, ho sentito subito altrettanta debolezza di contenuto. Tranne che per la questione del “gioco”. Giocare col cibo, giocare per il cibo, scontrarsi per il cibo, tra “squadre”, tra nazioni, tra uomini (e donne) di luoghi diversi del globo.

Non appena la parola globo ha attraversato i miei pensieri, è arrivata con un ululato potente il secondo spunto. È la Terra ad essere rappresentata dalla palla (ball), una sfera sulla quale il cibo è vita, e quindi è anche morte. Nella sua presenza e abbondanza, rigogliose proliferano le civiltà. Nella sua assenza, triste e desolata è l’esistenza dei più miseri e dei più deboli. Nella sua ricerca, c’è disperazione e ci può essere violenza, che è sopravvivenza, prima che sopraffazione. Sopraffazione che, per assurdo, è un desiderio di chi solitamente ha la “pancia piena”, ma che di ingordigia insaziabile è schiavo. Nella sua distribuzione, attribuzione, assegnazione, risiede un potere oscuro, maligno, umano. Così, nella prospettiva di un mondo “in via di sovrappopolamento”, la grande palla che gira su se stessa dalla notte dei tempi è essa stessa cibo. Lo spazio, e i suoi contenuti, sfamano o affamano, allorquando in luoghi equivalenti per estensione e caratteristiche possiamo trovare il triplo degli abitanti da una parte rispetto ad un’altra. Ed è tutt’altra cosa, come polli che restano polli ma che in batteria sono anche umiliati e maltrattati, derubati perfino della dignità che si dovrebbe riservare a qualsiasi condannato a morte.

Ed ecco giungere la terza visione, con un morso potente affondato nelle carni della mia anima. Polli, animali, ammucchiati e vaganti, persi nel nulla di un’esistenza fatta di attesa, di un respiro in più prima dell’ultimo respiro, di un pasto in più prima di divenire essi stessi pasto, per altri o per la terra. In mezzo a loro, calata dall’alto, una “food ball”, una palla di cibo, un’accozzaglia di scarti di ogni origine e natura, persino difficile da raggiungere, tale da costringere i contendenti ad accapigliarsi e a montarsi addosso l’un l’altro pur di arrivare a mangiare e a sedare quell’istinto bastardo, quello di sopravvivenza, che può ridurre anche il più grandioso e orgoglioso degli animali, a mera bestia affamata di un solo boccone di vita in più. Prima di ritrovare un nuovo minuto di dignità e sperare di terminare presto il proprio tragico, e penoso, percorso segnato.

Cassandro Ripitt