Farà crik o farà crok? Farà cri-cri!

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Verso la fine degli anni 80, in piena epoca d’oro degli spot pubblicitari e delle tv commerciali, impazzavano, tra le altre, le pubblicità delle patatine Crik Crok. Al termine dei mini sketch costruiti dai creativi dell’azienda, lo slogan di chiusura lanciava il dilemma legato ad ogni morso dato alle chips: “o fa crik o a fa crok”. D’altronde, le patatine in busta sono da sempre la versione “simpatica” e festaiola del tubero onnipresente nella nostra cucina, e ancora di più in quella di altri popoli europei, a dimostrazione che con una materia prima versatile e capace di ispirare ogni tipo di trasformazione culinaria, si può massimizzarne la produzione e la commercializzazione e generare profitti in diversi settori e segmenti di mercato.

Ora, però, stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione alimentare, partita da molto lontano (e non solo in senso geografico) e arrivata a bussare alle porte dell’Europa, e dell’Italia, inattesa (dai consumatori distratti) come una nevicata al mare in un pomeriggio di luglio. E proprio a luglio 2021, l’Unione Europea ha autorizzato la vendita e il consumo delle “tarme della farina” essiccate. Poi, a distanza di poco più di 3 mesi, è arrivato anche il benestare per la locusta migratoria, passata da essere un problema per i raccolti di cibo, a venire raccolta essa stessa per farne cibo. E nel febbraio di quest’anno, l’UE ha “sdoganato” anche i grilli domestici, utilizzati notoriamente come snack in altre parti del mondo (ad esempio, nello street food thailandese), fritti e mangiati. Del resto, con la questione sempre più pressante della sovrappopolazione, della sostenibilità ambientale legata anche alla produzione di cibo e ai relativi consumi energetici, l’idea di fondo è quella di convincere, e abituare, 5 miliardi di persone che ciò che gli altri 2 miliardi di esseri umani stanno già, di consueto, mangiando per sopravvivere, non solo è sano e funzionale, ma può essere perfino “buono”.

Per raggiungere questo obiettivo, si sa, il passo più duro da fare è di certo il primo: provare, assaggiare, fare esperienza (provando a dimenticare, per un attimo, le barrette di gelatina proteica a base di marmellata di cavallette, viste nel film “Snowpiercer”). E per essere convincenti, si cerca qualsiasi appiglio. Dalle similitudini e somiglianze con altri esseri che, per cultura e abitudini, mangiamo da moltissimo tempo (pensiamo solo a gamberi, granchi e altri crostacei marini) al tentativo di utilizzare gli insetti in forma di farine o ricomposti in altre fogge per essere più graditi (un po’ come da molti anni vediamo fare con i prodotti “vegan” a forma di hamburger, formaggi e bistecche).

Insomma, siamo agli albori di un nuovo mercato, di nuovi business, di grandi opportunità imprenditoriali e di maggiore compatibilità con obiettivi dichiarati del green deal o anche semplicemente con le sensibilità di coloro che, sempre più numerosi, vogliono fare la loro parte per proteggere l’ambiente che ci ospita e che vorremmo ci accogliesse ancora per tanti secoli a venire. E se per ottenere questo risultato, dovremo mangiare grilli, almeno non avremo dubbi sul suono che faranno. Sarà univocamente un romantico “cri-cri”.

Sandy Littleshoos

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