Dalla polis al parlamento

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Agorá è un termine che viene dal greco antico ἀγείρω, e ha il significato di raccogliere, radunare. Nell’Atene classica, agorá è l’assemblea dei demi e delle tribù, allargata rispetto a quella dei cittadini scelti (boulé), ma ristretta rispetto all’assemblea di tutto il popolo (ekklesìa). Con il termine agorá si indica la piazza, luogo della vita civile ed economica della pólis. E’ qui che si svolge il mercato ed è qui che il popolo si riunisce per discutere i problemi della comunità e decidere le leggi. Contemporaneamente luogo del mercato e centro economico e politico. Due realtà estremamente diverse eppure estremamente collegate e ben inserite all’interno del quadro cittadino. Il popolo prende parte all’attività quotidiana del mercato e prende parte all’attività politica della città.

Esattamente come oggi, no?

Un tempo le decisioni venivano prese nella piazza della città in modo da essere di pubblico dominio, oggi un gruppo ristretto e selezionato scrive su cartelle elettorali nomi di attori, cantanti, presentatori e calciatori credendo di suscitare simpatia. Fossimo alle elezioni del rappresentante degli studenti sarebbe anche quasi da capire. Quasi.

Come leggiamo su ipsos.com, il Presidente della Repubblica Italiana è eletto dal Parlamento in seduta comune, composto dai componenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, e dai delegati regionali per un totale di 1.009 cosiddetti “Grandi elettori”. L’elezione del Presidente della Repubblica si svolge con votazioni a scrutinio segreto. Nei primi tre scrutini è richiesta la maggioranza qualificata di due terzi dell’assemblea, pari a 673 elettori su 1.009; dal quarto scrutinio in poi è sufficiente la maggioranza assoluta (la metà più uno dei grandi elettori), pari a 505 elettori su 1.009 (articolo 83 della Costituzione). 

Ma allora come si è arrivati a fare di elezioni importanti come quelle per il Presidente della Repubblica, uno show televisivo?

Ammutinamento collettivo? Voglia di fare del pessimo humor? O voglia di mettere in scena uno spettacolo teatrale?

Nell’antica Atene, il teatro era un evento religioso, politico e agonistico. L’opera teatrale si rivolgeva sempre alla collettività. I due sensi, vista e udito, venivano utilizzati per la comprensione del testo, che avveniva attraverso la rappresentazione scenica con danze e canti. Ma lo spettacolo non era il fine della rappresentazione teatrale, solo la forma attraverso cui si manifestava questo particolare tipo di espressione.

Come abbiamo detto, il teatro era soprattutto un fenomeno religioso, che si svolgeva all’interno delle celebrazioni in onore di Dioniso: per i Greci assistere a una rappresentazione equivaleva a partecipare a un rito.

Ma il punto sul quale vogliamo portare la vostra attenzione è che le rappresentazioni teatrali avevano una portata politica non indifferente. Nell’Atene democratica del V secolo a.C. era proprio la polis a gestirne l’organizzazione: in questo contesto politico, caratterizzato da una comunità di uomini liberi che partecipavano al governo della città, la rappresentazione teatrale era un’occasione per fare un’esperienza di vita collettiva. La collettività in questo modo si trovava a essere, allo stesso tempo, committente e destinatario dell’opera teatrale. Centrale era il rapporto tra individuo e collettività, che all’interno della struttura del dramma aveva un suo corrispettivo nel dialogo tra l’eroe e il coro.

Cosa c’entra tutto questo con le ridicole scene a cui assistiamo ogni giorno in Parlamento? Si è persa la funzione originaria della rappresentazione teatrale politica, il cui scopo era quello di istruire ed informare la collettività.

Oggi, invece, le innumerevoli scenette messe su da persone che dovrebbero rappresentare la comunità, non sono altro che un mero riflesso di quello che un tempo rappresentava la polis.

Oggi preferiamo nominare Valeria Marini o Alfonso Signorini come Presidente della Repubblica.

Oggi continuiamo a dare a chiunque spunti per essere sbeffeggiati.

Perché chi scrive Valeria Marini in un seggio elettorale rappresenta il cittadino.

Voi ci state ad essere omologati a questi individui?

Roberta Conforte

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