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Scrivere è terapeutico ma l’illusione è salvifica

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Scrivere è terapeutico ma l’illusione è salvifica

Allora scriviamo, scriviamo per nutrire l’illusione, per distrarci un po’…

La vita è un percorso tortuoso, a tempo, e quel tempo ci spinge a correre per poter realizzare progetti e sogni, uno dopo l’altro, in fila, ordinati, iniziando dal finto diploma tutto colorato che ci rilasciano alla scuola dell’infanzia, fino a quello più importante, incorniciato e appeso in bella vista, magari sulla parete di uno studio, a testimoniare il raggiungimento produttivo, e poi ancora progetti: il fidanzato, che te lo chiedono fin dall’asilo “ce l’hai il fidanzatino?” o la fidanzatina, e il marito, la moglie, i figli, che se sei una donna te lo chiedono in continuo, anche quando vai a fare esami e visite mediche “E’ incinta? Ha figli?”, e le amicizie; ecco, gli amici sono fondamentali nella vita, perché gli amori passano ma gli amici rimangono, e ti consolano se perdi qualcosa, qualcuno. Tentano di riempire i vuoti, le mancanze, il dolore, ma talvolta non bastano.

Nessuno ci ha insegnato a lasciar andare, nessuno ci ha insegnato ad accogliere la morte come parte della vita, nessuno ci ha insegnato a perdere, a vederci come esseri unici, con le nostre differenze che ci distinguono. Nessuno ci ha insegnato che non abbiamo bisogno di etichette per esistere, ma solo per essere notati.

Ci hanno insegnato la visibilità, facendoci credere che l’invisibile non esiste, a meno che non sia Dio.

Ci hanno insegnato a pregare, ma solo in un determinato modo, a memoria, e chi come la me bambina, faticava a memorizzare le preghierine, sintetizzava usando la fantasia: “Gesù, proteggi i miei genitori e le mie sorelle, proteggi i miei zii, proteggi i miei amici e tutte le persone buone, ma fai anche che i cattivi diventino buoni, così proteggi tutti quanti!”

Ci hanno insegnato ad ammettere i nostri peccati prima ancora di commetterli, poiché marchiati da quello originale. 

Ci hanno insegnato che la morte è brutta, ma se ti comporti bene vai in paradiso, e lì ritrovi tutti, tutti i buoni però. 

Poi, crescendo, qualcuno perde la fede, e quindi la speranza, ma nessuno ci ha insegnato a perdere…, perdere la fede, la speranza, gli amici, i genitori, i figli, il lavoro, i soldi, le cose, l’amore.

Allora ci rifugiamo nell’illusione “E, l’illusione, è utile, se non anche indispensabile all’essere umano dotato di sensibilità. Essa è come una protezione, come la placenta di un mammifero che si forma nell’utero e che, grazie al cordone ombelicale, permette la respirazione del feto, garantendo la sua nutrizione. L’illusione!” scrivo in un mio testo. Ah, la scrittura, che magnifico esercizio per la mia immaginazione, che grandioso ponte per la creazione di nuove storie da inventare, per rifugiarsi in altri mondi, per non pensare, per lasciar andare, per vivere.

<<Vedi, caro amico, cosa ti scrivo e ti dico. E come sono contento di essere qui in questo momento. Vedi, vedi, vedi, vedi. Vedi caro amico cosa si deve inventare. Per poter riderci sopra. Per continuare a sperare>>, cantava Lucio Dalla nella canzone della speranza “L’anno che verrà” scritta sotto forma di lettera, a fine anni settanta, quando in Italia c’era ancora il terrorismo, e un grande bisogno di speranza. Un bisogno che torna prepotentemente, ciclicamente, come nell’attuale era della pandemia. Questo che verrà sarà il terzo capodanno in cui brinderemo con calici colmi di speranza, ma <<qualcosa ancora qui non va>>. Allora scriviamo, scriviamo pagine di diari, scriviamo lettere, vere o immaginarie. Scriviamo per nutrire l’illusione, per distrarci un po’, per pensare pensieri positivi, per metabolizzare il dolore, per non trattenere la rabbia, per covare la speranza, per vivere.

 Scrivere è terapeutico ma l’illusione è salvifica!

Alessandra De Angelis

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