La prepotenza

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La assocerei alla parola “arroganza” e quindi all’assoluta mancanza di empatia.

Direi che capita a proposito che io mi soffermi a riflettere su questo termine, a qualche ora dalla sfiducia che alcune forze politiche hanno voluto esprimere all’indirizzo del Presidente del Consiglio Mario Draghi.

Qui davvero non si tratta di pensare a quanto sia condivisibile il pensiero di un Presidente del Consiglio che si apprestava alla disponibilità per un reincarico. 

Qui andava attentamente ponderato e riflettuto che un Paese limitato nell’esercizio delle sue funzioni, avrebbe immediatamente perso ogni considerazione in ambito internazionale.

Allora la parola “prepotenza” è davvero calzante perché richiama la protervia di chi pensa, “annusa” qualche tornaconto in termini di un esito elettorale e totale indifferenza verso un Paese che va incontro ad innegabili criticità.

È prepotente chi si erge a “risolutore delle controversie” prendendo la strada che lo favorirà sul piano dei consensi (forse) e per questa ipotesi, tutta da dimostrare, non batte ciglio sui miliardi di euro bruciati in borsa, sulle operazioni che avrebbero permesso di migliorare la qualità di vita dei cittadini, con un “caro bollette” in continua ascesa, con una disoccupazione che non conosce battute di arresto.

Il prepotente non si sente minimamente scalfito dalla evidenza di un Paese che, attraverso una battuta di arresto come la caduta di un governo, esce umiliato, mortificato, immiserito, messo in difficoltà nella sua spinta verso le riforme.

Il prepotente è colui che non si cura delle conseguenze del proprio comportamento.

Può andare anche tutto alla malora, l’importante è che lui ne esca vincente.

Il bullo per antonomasia, quello che perseguita e schernisce il debole, quello che gode nel vedere la persona continuamente insolentita da lui che soffre e che lo implora di lasciarlo in pace, ha proprio la tipicità del prepotente: perché ha stabilito lui quali sono le regole che vanno rispettate ed è lui che le indica.

La considerazione desolante è che non si sta facendo nulla, da tempo, per contenere questo fenomeno e dimostra la incapacità, da parte delle istituzioni, di ristabilire un principio di coesistenza basato sulla tolleranza e sulla comprensione reciproca.

L’unica azione che viene compiuta è quella di sensibilizzare le famiglie a sorvegliare i figli, quando questi vandalizzano la città o maltrattano le persone fragili.

Francamente un po’ poco, tenuto conto che la istituzione familiare è essa medesima, molto problematica ed impreparata a fronteggiare le innovazioni che la mettono in difficoltà, come contenere un uso eccessivo dello smartphone e degli altri dispositivi elettronici, soprattutto per quanto riguarda la frequentazione dei cosiddetti social.

L’auspicio è che la società eviti di “strizzare l’occhio” al prepotente, con quella colpevole accondiscendenza che si riserva a chi “sa stare al mondo” perché una collettività che si fonda sul “mors tua vita mea”, è destinata a farci tornare ad una concezione tribale dell’essere parti di uno stesso consorzio umano.

Ernesto Albanello