“…ma che c’avrete da core…”
Ero arrivato da poco a Roma per gli studi universitari e ho sentito questa frase alla stazione Termini, pronunciata da una persona anziana che vedeva tutti noi formiche impazzite uscire frettolosamente dalla metropolitana: lì per lì pensai che quel signore vivesse con lo sguardo rivolto al passato, ma dopo qualche anno ho dato a quella frase un significato diverso.
Ormai da qualche decennio i ritmi delle liturgie sociali e lavorative si sono velocizzati esponenzialmente: processi e strumenti che ogni giorno abbiamo a disposizione ci permettono di risparmiare tempo, perciò migliorano efficienza e produttività, sia lavorativa che “sociale”, quest’ultima intesa come maggiore possibilità di sviluppo di relazioni umane. Ma tutto ciò è davvero quello che vogliamo? Non c’è il rischio di bulimia al riguardo, cioè sviluppo di tanta quantità di rapporti, non focalizzata alla ricerca della qualità degli stessi?
E’ esattamente quello che sta succedendo. Pensate alla rubrica del vostro cellulare o agli “amici” su Facebook: con quanti davvero avete rapporti concreti? A quanti di questi ad es. mandate un messaggio personalizzato per gli auguri di Natale, invece dello spamming su tutta la rubrica. Rincaro la dose: a quanti fate una telefonata per il motivo di cui sopra?
Il non avere mai tempo per accompagnare da qualche parte un familiare oppure non averne per incontrare una persona che non si vede o non si sente da tanto tempo lo si può contestualizzare in due fattispecie di situazioni: o la persona in questione non ci interessa più di tanto, oppure non ci fermiamo mai a riflettere sull’impiego che facciamo del nostro tempo a disposizione. Se per voi si verifica più frequentemente la prima ipotesi, siete persone un po’ sfortunate; se invece non riuscite ad avere rapporti umani diretti principalmente per mancanza di tempo, la buona notizia è che il problema si può mitigare facilmente.
Da quanto non mettete per almeno una giornata intera in modalità aerea i devices che vi accompagnano quotidianamente? Da quanto non vivete una giornata intera senza le notifiche di ricezione di e-mail? Da quanto non fate quello che diamine vi pare senza sentirvi in colpa e pensare che ci siano cose più importanti e urgenti da fare? Molto probabilmente la risposta si riferisce ad un periodo lungo, forse troppo lungo: siete così sicuri che tutto ciò non si possa cambiare?
Sia chiaro, il mio non è l’invito del Milanese Imbruttito a mollare tutto e ad aprire un chiriguito ai Caraibi, ma vuole essere uno stimolo a riflettere su tutta questa fretta che ci pervade ogni giorno, una parte della quale è solo fine a sé stessa. Ulteriore chiarimento: non sono un sacerdote dalla Great Resignation, ma, evidentemente, la domanda che stimolo a porvi qualcuno se l’è già posta e la risposta è stata tranchant.
L’universo può vivere senza di voi, ma non il contrario, a meno che non siate figli illegittimi del Grinch: non ci rifugiamo nella presunta scarsità di tempo per non accettare di fare una cernita nelle relazioni umane e nelle attività da coltivare. Soprattutto non pensiamo di dover per forza di cose essere aggiornati sempre e comunque in tempo reale su qualunque cosa succeda nell’universo stesso: tutti noi abbiamo quantità limitate di tempo, non dovremmo sprecarlo per fare tutto ciò che le convenzioni sociali provano ad imporci.
“Faber est suae quisque fortunae” (“Ognuno è artefice del proprio destino”) disse Appio Claudio, l’iniziatore della via Appia, che collega tuttora Roma a Brindisi: l’utilizzo del tempo è una parte fondamentale dell’indirizzo che vogliamo dare alla nostra esistenza.
Sic stantibus rebus (ma quanto ho sofferto al liceo…), decidiamo di farci dettare le priorità della nostra vita dal mainstream sociale, oppure siamo noi che decidiamo per noi stessi?
Non è che forse abbiamo anche paura di assumerci la responsabilità di decidere della nostra vita, cercando qua e là delle scuse all’uopo?
Poneteveli questi quesiti e datevi delle risposte, anche se non avete tempo…
Gerardo Altieri





