Ormai la nostra vita è contrassegnata da adempimenti, dal rispondere ad una serie di sollecitazioni che provengono dall’esterno, ma che se non ci “invadono”, finiamo noi per procurarcele.
Abbiamo assunto un atteggiamento facciale sempre proteso ad una risposta che sentiamo di dover fornire, in relazione ad una domanda in entrata, vera o presunta a cui dobbiamo, comunque, dare soddisfazione.
Un genitore, atterrito dall’idea che la propria figlia possa rimediare delle bocciature al punto da dover ripetere l’anno, corre ad incontrare quante più volte possibile l’insegnante o chi coordina la classe della ragazza, in modo da attivare qualcosa che deve essere scongiurato.
Probabilmente la ragazza avrebbe bisogno di stazionare un anno per consolidare ciò che non ha acquisito, ma quel genitore, proiettato a vivere la eventuale “sconfitta” della figlia come una “sua” battuta di arresto, fa i salti mortali perché il rischio della bocciatura “rientri”.
Se quel genitore provasse ad interrogarsi, a conoscersi meglio, ad approfondire il suo sé, forse non starebbe troppo “con il fiato sul collo” alla propria figlia e percepirebbe che il risultato positivo della ragazza risponde ad un suo bisogno.
Allora: proviamo a non correre, ma a rallentare i nostri passi.
Perché, se pensassimo a dove stiamo mettendo i piedi, ci sentiremmo meno “trafelati” e, forse, capiremmo dove riamo diretti.
Ormai, il nostro stile di vita non si differenzia se siamo abitatori di una grande città o di un piccolo paese: questo è davvero deprimente.
La organizzazione del mostro esistere ci sta omologando al tal punto che, pure se siamo circondati da una natura magnifica, quelle bellezze che sono i nostri boschi, i nostri laghi e le nostre montagne, neppure ci accorgiamo che ci fanno da cornice e potrebbero esaltare il nostro esistere.
Effettivamente, però, qualcosa si muove: sono segnali ancora timidi ed incerti, ma che consentono di percepire un andamento che, nel tempo, si ingrosserà sempre di più.
Sempre più spesso accade di conoscere storie di coppie o, anche di singoli, che lasciano la propria vita di Milano o di Bologna e si trasferiscono in Calabria.
C’è da dire che quando raggiungono il meridione d’Italia, non vanno ad inurbarsi a Reggio o a Cosenza, ma si “rintanano” in paesini davvero primitivi e senza quelle condizioni “confortevoli” di cui si attorniavano.
Questo sta a significare che si raggiunge un livello di stress che non è più a lungo sopportabile: allora ci si comincia a rendere conto che una vita che è maggiormente allineata con il senso dell’esistere, ha qualcosa di impagabile.
Allora, sempre di più otteniamo una risposta alle pressanti domande che ci poniamo: perché sopravvivere in un ingorgo quando si potrebbe esistere in un contesto davvero rigenerante?
Statene certi che le persone, con il tempo, riusciranno ad essere sempre meno stupide e sempre più consapevoli delle regole di una vita che meriti di essere vissuta.
Ernesto Albanello





